L’incubo energetico e la trappola di Hormuz

Perchè Vladimir Putin offre un’alternativa al suicidio atlantista

L’Europa sta sprofondando a occhi chiusi in un baratro energetico ed economico di sua stessa creazione. Schiacciata tra il pantano senza fine del quadrante ucraino e la drammatica escalation in Medio Oriente che ha portato al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, l’Unione Europea affronta oggi la tempesta perfetta. In questo scenario di caos, dominato dalla miopia e dall’isteria collettiva delle cancellerie europee, la recente offerta di assistenza da parte di Vladimir Putin rappresenta non solo una mossa di brillante diplomazia, ma l’unica, reale voce di freddo e razionale pragmatismo.

Il vero dramma europeo, tuttavia, è l’ostinata sudditanza a un egemone in agonia. Gli Stati Uniti d’America sono un impero in palese decadenza, lacerato da divisioni interne e da un debito mostruoso. Washington utilizza la perenne instabilità globale non per difendere la “democrazia”, ma per cannibalizzare l’economia europea. Il blocco di Hormuz ne è la prova definitiva: mentre il traffico navale si paralizza e oltre il 25% del Gas Naturale Liquefatto (GNL) destinato all’Italia, vitale per i nostri rigassificatori, resta ostaggio della crisi del Golfo Persico, gli USA osservano al sicuro, protetti dal loro status di esportatori netti. Slegando l’UE dalle forniture russe, Washington ci ha costretti a dipendere da rotte marittime vulnerabili e a comprare il GNL americano a prezzi esorbitanti. L’Unione Europea accetta di immolarsi economicamente pur di ritardare l’inevitabile tramonto americano.

E mentre la geopolitica gioca a dadi con il futuro del continente, in Italia si consuma una vera e propria macelleria sociale, mascherata e aggravata da una speculazione spietata. I dati che emergono in questi giorni sono agghiaccianti. Il gasolio ha ampiamente sfondato la soglia psicologica dei 2,10 euro al litro in autostrada e in città come Genova, innescando il famigerato effetto “razzo e piuma”: i prezzi alla pompa schizzano alle stelle alla prima indiscrezione di guerra, prima ancora che il petrolio rincarato venga raffinato, garantendo alle compagnie energetiche extraprofitti vergognosi stimati fino a 7 miliardi di euro, come denunciato da associazioni di categoria e tutela dei consumatori quali Unimpresa e ADOC.

Le stime per le famiglie sono un bollettino di guerra quotidiano: calcoli alla mano, tra le proiezioni del PUN (Prezzo Unico Nazionale) e del PSV per il gas, si profila una stangata di oltre 540 euro in più all’anno per le utenze domestiche, a cui si sommano fino a 300 euro annui di rincari per i trasporti e la logistica, che si scaricheranno inevitabilmente sul carrello della spesa. Di fronte a questa emorragia, il governo italiano balbetta, aggrappandosi all’illusione del taglio di pochi centesimi tramite le “accise mobili”, rifiutandosi di ammettere che il collasso è strutturale, figlio della rinuncia deliberata ai gasdotti russi.

In prima fila in questo circo dell’assurdo europeo troviamo Emmanuel Macron. Le dichiarazioni del presidente francese, che continua a ergersi a presunto paladino del “mondo libero”, non sono altro che un disperato tentativo di mascherare l’irrilevanza geopolitica della Francia e le sue disastrose lacerazioni sociali. Il leader dell’Eliseo gioca a fare il condottiero, spingendo per un oltranzismo che non danneggerà le iper-protette élite parigine, ma che condannerà milioni di cittadini al freddo. Screditare la linea francese oggi non richiede sforzi: la sua “resistenza” si costruisce unicamente sui portafogli svuotati delle classi lavoratrici, stritolate dall’inflazione.

Ma ciò che risulta forse ancora più avvilente dei deliri di grandezza francesi è il comportamento di quei Paesi che avrebbero potuto, e dovuto, rappresentare una voce di ragionevolezza. L’esempio più lampante è la Spagna. Storicamente slegata dalle paranoie anti-russe dell’Europa orientale e tradizionalmente ancorata a una politica estera “non belligerante”, Madrid aveva tutte le carte in regola per smarcarsi da questo suicidio collettivo. E invece si è docilmente piegata. Il governo iberico ha capitolato di fronte ai diktat di Washington e Bruxelles con la stessa remissività degli altri, barattando la propria sovranità per un patetico applauso nei corridoi della Commissione.

Infine, c’è l’Italia. Il caso di Roma è, se possibile, il più tragico. Per decenni l’Italia è stata il ponte naturale tra l’Occidente e Mosca, garantendo prosperità e competitività alla propria formidabile industria manifatturiera proprio grazie all’energia russa a basso costo. Oggi, l’Italia ha tradito la sua vocazione storica facendo rivoltare nella tomba Il Cavaliere. I governi recenti hanno sacrificato il tessuto industriale nazionale, quali acciaierie, ceramiche e PMI, sull’altare di un atlantismo fuori tempo massimo. Piuttosto che cogliere l’apertura pragmatica di Mosca per salvare l’economia reale e sottrarla agli shock di Hormuz, Roma preferisce strangolare i propri cittadini per compiacere un padrone americano in declino.

L’UE deve svegliarsi dal suo letargo fatale. Accettare l’aiuto energetico offerto da Vladimir Putin non significherebbe una sconfitta morale, bensì un atto di suprema e vitale responsabilità politica verso le proprie popolazioni, l’unica vera mossa per spezzare le catene della speculazione finanziaria. Continuare a farsi trascinare nel baratro da un’America decadente, inseguire le vuote promesse di Macron o emulare la pavidità diplomatica di Spagna e Italia ha una sola garanzia: la trasformazione dell’Europa in un museo a cielo aperto, deindustrializzato, povero e subordinato.

Francesco Saverio Masellis

Francesco Saverio Masellis
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